giovedì 10 luglio 2008

Marco Travaglio: lettera aperta al direttore de "l'Unità"

Piazza Navona e le cose che non si possono dire

Foto tratta da micromega online
Foto di micromega

l'Unità, 10 luglio 2008

Lettera aperta al direttore

Caro direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose - le più gravi - dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su you tube e sui siti di vari giornali, e sono spiacente di comunicarti che nulla di ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali (Unità compresa) è realmente accaduto: nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. E’ stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio).

Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanza e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.

Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo “Stupid White Man” (pubblicato in Italia da Mondadori…), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la “sala orale”. In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di “antibushismo”, di “anticlintonismo”, di “antichirachismo”, di “insulti alla Casa Bianca” o di “vilipendio all’Eliseo”. Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale.

Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano “insulti”. Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che “a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto”, compreso il via libera al lodo Alfano che crea una “banda dei quattro” con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi.

Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’ ”aggravante razziale” e dunque incostituzionale, punendo - per lo stesso reato - gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei “insultato” anche lui, e che “non è la prima volta”. Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena: per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi - come dice Furio Colombo - “confonde il dialogo con i suoi monologhi”. Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. E’ la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.

Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, sull’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal Riformatorio financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il “Clarin”, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: “pompini”, naturalmente di Stato.

Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano “vergogna” non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una “paràbasi”, cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino?

Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perchè la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra “che vince”, Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: “Chi se ne frega del lodo Alfano”). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.

giovedì 3 luglio 2008

Napolitano vergogna

Giorgio Napolitano ha autorizzato la presentazione alle Camere del “Lodo Alfano”, il Decreto Legge che blocca i processi penali alle alte cariche dello Stato, o meglio a Berlusconi.

Giorgio Napolitano fa lo gnorri e si palesa complice della Loggia p2 evoluta, carrozzone che traghetta un’elite criminale di politici e industriali che tengono in scacco alcuni settori nevralgici dell’economia italiana. Un’elite di complici con ville e conti correnti all’estero che assiste sogghigna allo sfascio sociale, ubriaca di potere e di controllo.

Giorgio Napolitano che ha festeggiato gli 83 anni sulla via Krupp di Capri davanti a un gruppo di nudisti denunciati al posto suo di atti osceni, come Cossiga, Scalfaro e Ciampi, ha vissuto tutte le pagine nere della Repubblica e le stragi organizzate dai servizi segreti italiani di concerto con la P2 avallata dagli Andreotti e dal Vaticano. Come Cossiga, Scalfaro e Ciampi (quello che firmò il primo lodo Schifani a Natale 2003) Napolitano è stato eletto presidente dai partiti, non dal popolo come accade negli Usa. Quella carica, in Italia, impone favori di ritorno alla casta.

Giorgio Napolitano ha una grave responsabilità politica nell’assecondare il lodo Alfano perché sa che è incostituzionale. Presiede il Csm, l’organo di autogoverno che ha già richiamato all’ordine perché alcuni suoi componenti si sono lasciati scappare la notizia sull’incostituzionalità della salva premier.
Col lodo Alfano la Legge non sarà più uguale per tutti.

Giorgio Napolitano è il “ponte sullo stretto” fra Ds e Forza Italia. Il collante di Veltrusconi che non salta indignato sullo scranno di fronte a questa sfilza di emendamenti e dl del governo Berlusconi, ossessionato dal chiudere il cerchio della dittatura isolandosi dalla giustizia e dal popolo sovrano.

Giorgio Napolitano, col suo silenzio e i suoi falsi richiami di circostanza in cui auspica il clima politico sereno, asseconda la sovversione della democrazia. Ma non ne pagherà le conseguenze in prima persona, visto che il lodo riguarda anche la sua carica.

Ritengo che gli italiani abbiano diritto di urlare una forma di alto tradimento nei loro confronti. Ciò anche se in Italia il presidente della Repubblica può essere messo alle strette soltanto dal Parlamento che lo rinvia a giudizio alla Corte costituzionale.

Giorgio Napolitano che non prende posizioni su questo lodo che passerà per la seconda volta strizza l’occhio alla mafia. Nell’era della “pluralità delle fonti disponibili” come si ama ricordare, è tenuto a rendere conto sul perché di certe decisioni. Questa in particolare che rende le alte cariche dello Stato diverse dagli altri italiani davanti alla Legge.

Giorgio Napolitano deve spiegare perché autorizza la presentazione alle Camere di questo lodo porco. Deve spiegare perché non si indigna. Deve spiegare quali poteri si impone di coprire. Deve spiegare quali vantaggi ne trae la nazione che presiede.

Deve spiegare. Essere chiaro e trasparente. Come in una Democrazia.

Ma siccome non lo fa Giorgio Napolitano è a tutti gli effetti complice degli eversori.

Non prova vergogna perché la vergogna è un sentimento nobile che assale solo i galantuomini. Non i mafiosi.

mercoledì 2 luglio 2008

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza Navona. Passaparola!

Care concittadine e cari concittadini,
il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.

Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.

Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.

Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.

I mass-media di questa manifestazione siamo solo noi.



ADERISCI ALLA MANIFESTAZIONE

Senza intercettazioni Riina, Provenzano e Brusca non sarebbero stati catturati...

di Marialaura Carcano

"Senza intercettazioni non saremmo mai riusciti a catturare nè Riina, nè Provenzano, nè Lo Piccolo, nè Brusca, insomma tutti i latitanti più di spicco. I risultati più importanti nella lotta alla mafia si sono conseguiti con la cattura dei latitanti e le intercettazioni sono state fondamentali". Antonio Ingroia, pm antimafia di Palermo, denuncia il rischio della paralisi delle indagini con il blocco delle intercettazioni.

Lei ha detto che lo stato ha già tagliato i fondi per affittare le apparacchiature per le intercettazioni e che sta per bloccarsi tutto a Palermo.
Sì da qui a un mese non ci saranno piu' intercettazioni. Le ditte private dalle quali la Procura di Palermo noleggia le apparecchiature hanno dato un ultimatum, non sono più disposte a farci credito e questo è il risultato di due cose: il taglio di bilancio sulle spese della giustizia e la miopia politica che ha fatto sì che per anni andasse avanti il sistema del noleggio, che è costosissimo, invece di pensare all'acquisizione da parte dello stato delle microspie e delle apparecchiature che servono per le intercettazioni. Un taglio che non è dell'ultima finanziaria ma che negli ultimi anni c'è stato e in modo progressivo e che dunque attraversa anche i governi del centrosinistra. Si parla tanto di emergenza intercettazioni, ma bisognerebbe invece pensare a come impiegare risorse per continuare a farle.

Ma quanto costa una intercettazione, in che ordine di grandezza siamo per una indagine che duri sei mesi, un anno?
Una intercettazione può costare svariate decine di migliaia di euro e certamente, nel caso di acquisizione delle apparacchiature da parte dello stato, si spenderebbe molto meno. Si spenderebbe una volta per tutte, ma poi basterebbe la manutenzione ordinaria delle macchine, molto meno onerosa del noleggio. Lo stato, tra l'altro, non si è mai curato di stipulare convenzioni con le compagnie telefoniche e quindi paga per ogni intercettazione a tariffa piena, perchè per fare una intercettazione si paga anche la compagnia telefonica...

Quanto contano le intercettazioni nelle indagini di mafia?
Senza intercettazioni non saremmo mai riusciti a catturare nè Riina, nè Provenzano, nè Lo Piccolo, nè Brusca, insomma tutti i latitanti più di spicco. I risultati più importanti nella lotta alla mafia si sono conseguiti con la cattura dei latitanti e le intercettazioni sono state fondamentali.

Ma il governo ha detto che la stretta sulle intercettazioni non riguarderà la lotta alla criminalità organizzata
E' vero che le intercettazioni per i fatti di mafia dovrebbero essere sempre possibili, ma ci sono anche le intercettazioni realtive a quelli che io chiamo 'reati satellite', che sarebbero abolite. Penso, per esempio, ai casi di estorsione, di usura, allo sfruttamento della prostituzione, ma anche alla bancarotta fraudolenta. Tutte forme di criminalità economica legate alla mafia. Per tutte queste indagini non saranno possibili e talvolta si arriva a una indagine di mafia proprio partendo da un reato minore. Non sarà più possibile farlo.

Si è detto che il blocco dei processi previsto nel decreto sicurezza riguarda solo i reati "meno gravi" con pene fino a 10 anni e solo quelli commessi fino al giugno 2002. Ci fa qualche altro esempio di reato per il quale un cittadino potrebbe vedersi bloccato il processo?
Il blocca processi riguarda le estorsioni, l'usura, lo sfruttamento e l' istigazione alla prostituzione, ma anche i maltrattamenti, le violenze in famiglia. Anche l' associazione per delinquere, anche se non quella di stampo mafioso. Ma c'è un altro profilo da mettere in rilievo: si fermano i processi della giustizia quotidiana, quella da cui tanti cittadini aspettano giustizia. Si dice, anche giustamente, che la giustizia italiana è lenta e che l'aspettativa del cittadino di avere giustizia viene frustrata. Ma se noi sospendiamo i processi, seppure per un anno, non facciamo altro che frustrare ulteriromente la gente che è in attesa di una sentenza, allargando ancora di più la frattura che già c'è tra i cittadini e i palazzi di giustizia.

Si ricorre ai decreti quando ci sono i requisiti di necessità e urgenza. Secondo lei il decreto sicurezza soddisfa questi requisiti previsti dalla Costituzione?
Ripeto che la scala delle priorità deve essere quella di restituire dignità ed efficacia al processo penale e alla giustizia penale. La giustizia italiana è stata più volte condannata a livello europeo per la sua lentezza e non mi pare che nel decreto sicurezza ci siano misure che accelerano i processi. L' Associazione nazionale magistrati ha consegnato un documento al Guardasigilli, quando c'era un principio di dialogo, dove venivano indicate delle misure precise e concrete con lo scopo di eliminare alcuni formalismi nelle varie fasi delle indagini e dei processi che ne rallentano l'iter. Per esempio la lunghezza dei tempi di impugnazione: in Italia una sentenza definitiva si forma dopo più di 10 anni. C'è da rivedere il processo penale in tutti le sue fasi, mantenendo le garanzie per l' imputato, ma rendendolo efficiente al livello degli standard europei. Fino a che la giustizia sarà un terreno di scontro, di rivalsa nei confronti della magistratura, o un terreno di ricerca di spazi di immunità e di impunità non si riuscirà ad andare da nessuna parte.

Arriveranno i soldati in Sicilia per combattere le cosche. Nel 92, lei ha dichiarato recentemente, la cosa funzionò ma oggi non serve a nulla. I tempi erano quelli degli attentati a Falcone e Borsellino. Perchè i militari non servono più? La mafia colpisce in modo diverso lo stato, oppure ha meno bisogno di colpire lo stato?
La mafia più insidiosa è soprattutto finanziaria, la mafia degli affari non quella militare nè quella stragista. Avremmo più bisogno di eserciti di consulenti finanziari che di uomini armati per le pubbliche vie, di esperti in materia finanziaria che ci consentano di colpire il sistema economico mafioso che, in questo momento, condiziona larga parte del sistema economico siciliano e nazionale.